Carteggi letterari. L’italianista, allievo di Russo, e il filologo classico formatosi con Pasquali; entrambi socialisti rivoluzionari: Il Ponte Editore pubblica le loro lettere 1963-’95.
Walter Binni e Sebastiano Timpanaro, Carteggio 1963-1995, a cura di Lanfranco Binni e Antonio Resta, Il Ponte Editore 2026.
Nonostante una mezza generazione li dividesse, non poche erano le intersezioni tra Walter Binni (1913-1997) e Sebastiano Timpanaro (1923-2000): entrambi studiosi di primo rango, l’uno uno storico della letteratura italiana allievo di Luigi Russo, l’altro un filologo classico formatosi con Giorgio Pasquali; entrambi socialisti di sinistra, il primo un ex resistente e poi membro della Costituente, libertario vicino a Lelio Basso come a Ignazio Silone, il secondo un militante di base e aderente in un primo momento al PSIUP, marxista con forti venature trotzkiste; entrambi, infine, rimasti dei rivoluzionari anche negli anni della glaciazione neoliberale, come sottolinea Lanfranco Binni, curatore con Antonio Resta del Carteggio 1963-1995 (Il Ponte Editore, pp. 139, € 10,00) intercorso fra suo padre e lo stesso Timpanaro, in tutto una cinquantina di lettere.
Ma ciò che più profondamente li accomunava era il nome di Giacomo Leopardi, la cui opera si trovarono a studiare lungo direttrici differenti ma concentriche dopo la lunga stagione novecentista per cui Leopardi era stato un poeta puramente idillico, nella lettura di Benedetto Croce, ovvero un lirico al calor bianco nella ricezione degli ermetici (teste il Saggio su Leopardi, ’37, di Giuseppe De Robertis) o addirittura un maestro di stile ripulito come lo avevano voluto, in anni di ritorno all’ordine, gli scrittori della «Ronda». Era comunque un Leopardi drasticamente diminuito nella poesia, limitato nella prosa (a eccezione di alcune Operette morali che potevano deviarsi in prosa d’arte), pressoché ignorato nella filosofia «amara e triste, disperata e vera» (così nel Dialogo di Tristano e di un amico), il cui decorso permea lo Zibaldone: poche le eccezioni e fra queste Mario Fubini, la cui prima edizione del commento ai Canti è del 1930 addirittura e senz’altro Sergio Solmi la cui pluridecennale militanza è condensata in Studi leopardiani (’87).
Aveva mosso le acque nell’immediato dopoguerra l’importante studio di un filosofo, Cesare Luporini, che con Leopardi progressivo (il titolo togliattiano è molto eloquente), aveva avuto in ogni caso il merito di collocare Leopardi en situation, pari a un moralista e filosofo asistematico, di fronte ai problemi storico-sociali del suo tempo. E però la vera svolta era avvenuta in contemporanea grazie al libro del «più leopardiano dei leopardiani» come Timpanaro un giorno chiamerà Walter Binni, allora firmatario del volume La nuova poetica leopardiana (1947) il cui merito storico è di emancipare il poeta dalla clausura lirica leggendone il decorso verso il culmine che lo studioso individua ne La ginestra, poema filosofico che non ha precedenti né discendenti nella letteratura moderna.
Il carteggio inizia a seguito dell’invio da parte di Binni della seconda edizione (’62) del suo libro ma colui che la riceve ha alle spalle la pubblicazione di un proprio contributo essenziale, La filologia di Giacomo Leopardi (’55), unitamente ad alcuni saggi che sta riunendo in Classicismo e illuminismo dell’Ottocento italiano (’65) dove individua lo sviluppo di una filosofia che nella sua maturazione giunge a un rigoroso
materialismo, ateo e agonistico nei riguardi della Natura matrigna. Si potrebbe dire che il carteggio, via via più ravvicinato e affettuoso, è la continua messa a fuoco delle rispettive posizioni, di continuo ridiscusse e precisate sulla base dei rilievi reciproci di cui peraltro testimonia anche, in appendice al volume, la lunga recensione di Timpanaro («Belfagor», marzo 1970) a Tutte le opere di Leopardi (Sansoni 1969) a cura di Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti.
Non mancano le dissonanze su aspetti puntuali, specie sulla più o meno marcata distinzione tra un Leopardi idillico ed eroico in poesia mentre Binni sta mettendo insieme l’altro suo fondamentale contributo, La protesta di Leopardi (’73). Non mancano segni di consenso al lavoro di altri leopardisti, per esempio Liana Cellerino, studiosa dei Paralipomeni molto apprezzata da Binni, o insofferenze specie da parte di Timpanaro.
Né mancano, infine, autentiche sorprese d’ordine critico ed è il caso quest’ultimo di Vittorio Alfieri, un classico da sempre presente nella bibliografia di Binni (Vita interiore dell’Alfieri risale al ’42) il cui nome non ci aspetteremmo così gradito al suo interlocutore che il 5 maggio del 1981, a proposito dell’invio degli appena editi Saggi alfieriani, gli scrive: «Davvero chi non ha compreso Alfieri non può nemmeno comprendere il più grande Leopardi; l’antialfierismo è una grave tara di Muscetta e dei suoi seguaci»; e rincara un anno dopo, nella lettera del 2 giugno ’82, ancora opponendo in blocco Alfieri al pur amato (ma non sempre e non tutto) Ugo Foscolo: «Bella anche la dichiarazione di un interesse per il Foscolo sempre crescente ma non tale da collocare il Foscolo al livello del Leopardi e nemmeno dell’Alfieri. Qualcuno forse strillerà, specialmente riguardo all’Alfieri che continua ad essere disconosciuto da critici miopi, ‘politicizzati’ in senso deteriore e meccanico.
E invece hai ragione tu: bisogna ammirare e studiare Foscolo, ma la linea Alfieri-Leopardi rimane la via maestra (…)».
L’incupirsi del clima sociale, l’onda reazionaria che negli anni ottanta spegne i conflitti del decennio precedente, rende ancora più preziosa un’amicizia che, al di là dei fatti della letteratura, si era saldata (aprile del ’66) quando alla «Sapienza» i fascisti avevano ammazzato uno studente socialista, Paolo Rossi, nella sostanziale indifferenza di vertici accademici e polizia: lì Binni aveva pronunciato un’orazione funebre vibrante e appassionata, tale da scatenargli contro la canèa governativa e il suo amico gli aveva mandato, in proposito, un biglietto di ringraziamento. La politica, anche nei frangenti di puro contenzioso intellettuale, resta comunque il filo rosso del Carteggio, una passione tuttavia di continuo delusa.
In altri termini non viene mai meno, da parte di entrambi, l’entusiasmo nel senso etimologico ma vi si mescolano la sofferenza per le vicende della sinistra e le sorti del paese insieme con la consapevolezza di una progressiva spoliazione sociale e della radicale spoliticizzazione degli individui, che tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, tocca l’apice: ed è uno stato di miseria politica cui la sinistra non può dirsi estranea, né quella che si vuole «riformista» né la corrispettiva e autoproclamatasi «rivoluzionaria».
Timpanaro ne ha appena discusso in uno dei suoi libri più belli (in realtà un libro ignorato da pubblico e critica e, alla lunga, rimosso) Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana (1975), dove la analisi di una diffusa arrendevolezza e subalternità intellettuale aggrava il senso di solitudine accorata mentre la vecchiaia, «insieme di mali e di miserie gravissime» (Dialogo della Natura e di un Islandese) incalza e perciò sono tanto necessarie le parole degli amici lontani, specie se affetti, come loro due, da nevrosi e ricorrenti crisi depressive.
In uno degli ultimi scambi, a Timpanaro che gli ha appena inviato una lettera amareggiata sullo stato di cose presenti («mi sento ormai un sopravvissuto, in un mondo per me invivibile») Walter Binni
risponde in questo modo il 27 agosto del ’93: «Siamo deboli e isolati, caro Sebastiano, ma dobbiamo essere orgogliosi di essere totalmente diversi dai farabutti di ogni genere e in ogni campo».